Conosco una Piazza ... |
quaderno di poesie inedite di |
Conosco una piazza vicino alle prigioni, dove un raggio di sole passa verso l'una. Forse. Nel mezzo, una fontana svogliata, canta ai muri sporchi e scalcinati, canta alle persiane sgangherate, canta agli angoli innaffiati dai cani randagi. Passando in fila, vestito di nero, invidiavo quei fantasmi sporchi e scalzi, ma liberi e contenti, che correvano, schiamazzando, tra i portoni.
Quand t'o vist l'ültma vota al cör al ma fatt mäl, mezza in pe e mezza cascä in dal giardein e in sla strä. A seint ancura adess al son dal to campani, vërs la sira tr'al ciär e al scür, ma uramäi in dal giardein an gh'é pö d'umbria e an gh'é pö al son ad l'Ave Maria. E anca tö surélla la cesuläina ad l'Arvella la gä al ticc vert al ciel, al campanil l'é sileinzius tatme la vus di nös razdur. Al prucession pr'al strä bianchi ad la campagna i sa snudavan pian pianein cul vus stunä dla gint, insem al cant ad la sigalla e al füm ad l'incens al sa misciäva con l'udur dal fein culgä. Invece adess la gint la curra pr'andä chissà indua, i curran innanz e indré; pö däs chi sercan la päz dal cör: ma fiöi bisogna ralentà la cursa sa vurum cattä la strà e pian pianein arrivarum in dua ghë d'la bell'umbria e'l son ad l' Ave Maria.
Ho visto un sassolino colorato Dalle vaghe onde Sulla spiaggia trastullato. Cantando, rotolava or su or giù Rincorrendo gli altri sassi Grandi e piccoli meno e più. Or or rimane al secco, Or or rimane bagnato, Or or è solo, Or or è accompagnato. Ma ecco che il vento D'un tratto infuria, L'onda s'alza, E ghermisce il sassolino In fondo al lago, Ed il bel gioco Sulla spiaggia é presto rovinato.
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Il presepio La Vigilia di Natale L'odor di muschio Rubato agli alberi Assopiti ormai e nudi E di gelida nebbia bagnati, Risveglia visioni di luoghi lontani e cari che tu m'insegnavi a scolpir nella mente. E dagli involuti monti bruni E neri del vecchio fabbro Nella fucina sbozzati, I torrenti scintillanti di carta Profumata di torrone Scendean a serpentina giù Verso il verde piano. Per le stradine di segatura Verso la grotta premean La gente in policromi costumi di gesso: Qui la massaia seguita da oche, Là l'arrotino affacendato, Sui monti con l'agnello a tracollo Il pastor vigilava sul folto gregge; E lungi ancor I Re Magi abbeveravan i cammelli Nella roggia del mulino. E nella stanza buia e fredda, Della cometa la luce fioca Rischiarava la nocchiuta grotta Dove l'asino ed il bue, Giuseppe e la Madonna vegliavano Con premura sopra la zana ancor vuota. S'avvicinava, pian pian, la mezzanotte. Nella stalla or tutto muto era, Come pur del focolar l'ultimo tizzo. E su per le scale salir, Sol della madre il flebil sussurrare D'una preghiera s'udiva. Stanca ormai, seppur tenace, Un premuroso, passava, Furtivo sguardo sulle sue zane piene; Ultimo suo gesto sacro della vigilia di Natale. Poesia dedicata a mio fratello Agostino (1935-1975) che allestiva, con vena artistica, i presepi di famiglia. |
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Dettaglio della miniatura della scuola di Niccolò di Giacomo Presepio in lettera P (Archivio Capitolare, Piacenza). Dal volume “Il Duomo di Piacenza”, STP, 1975. |
Nei lunghi afosi meriggi di quelle ormai lontan estati, goder poteva il mio pensier della natura amata. E tra la fresca erba, supino, dei rami all'ombra d'un albicocco sdraiarmi solevo. Il dolce flebil ronzìo dell'api al canto dell'usignolo, di tra i fioriti rami d'un nocciolo ascoso, facea coro. Mentre la mandria sbuffava sazia nella pastura, ed un muggito usciva lungo e lamentoso dalle bavose labbra , l'acqua scorreva lenta tra i boscosi argini d'un fosso, per poi cader pesante e fragorosa su di una ruota che i chicchi d'or in bianca farina tramutava, dal mio cuor una preghiera usciva. Ma invan la mente ruminava, chè per l'aria pesante e queta, l'alato messagger più non vibrava. Dei pioppi le foglie non più d'argento parean, delle rondini, stanco era il volo, delle allodole rauco era il trillo, delle cicale aspro era il canto. Le nubi non più correan tumultuose come gregge impazzito, ma nei rami delle vetuste querce imbrigliate posavano. E seppur tutto spingeva il mio pensier all'agonia, il mirar dei socchiusi occhi e pien di pianto, la natura, il dolor mi leniva, ma la sete di amar non si saziava. Poi, man mano il sol spariva lento, e scendeva la bruma, e le ombre vaghe delle luna, s'allungavan come fantasmi di cimieri cadenti. Nella, del crepuscol, tenue, ambigua luce, tutto nel nulla pareva svanire, l'agonia si faceva morte. Tutto ormai era silenzio,ma ancor dell'acqua il fresco gorgogliar s'udiva, poi più nulla, chè dal gotico campanile il dolce suon dell'Ave, su per la verde e sombra valle, ondeggiante saliva e nel cuor scendeva a ristorar l'ormai mio vano disperare. Ad ogni rintocco mi parea d' inghiottir boccon di pianto, amari, ma il dolor si faceva sempre più lieve; invece qui, su questi lidi non ci sarà per me campana che suoni i rintocchi gravi al vespro della vita. E quando il suon più flebil si faceva e nell'aria si fondeva, di un gufo il tetro amato canto il cuor mi rincupiva; e le stelle spuntavan ad una ad una, lassù nel ciel e la dea luna diffondeva il suo pallido chiaror. Così nella notte chiara, solo, alla natura assopita affidavo i mie segreti quelli amari e quelli lieti, e con ancor nel cuor delle campane i rintocchi potevo sfogar nel pianto gli occhi.
La spigolatrice
Solevo vederti laggiù al di là della siepe dove c'era il vetusto pero, curva e vestita di nero, girovagar nella stoppia giallognola e pungente dove ieri ondeggiava il grano. Girovagavi quà e là con un sacco rattoppo facendo gara con gli uccelli affamati del cielo, racimolando le poche spighe sparse nel campo. Ed il pesante afoso manto del solleone avvolgeva il tutto in un delirio; e per la strada bianca e polverosa tremolanti creature e vaghe si vedevan danzar là, dov'era l'ombroso fontanile. Tornavi stanca all'imbrunire nella tua dimora vuota e scura, sognando forse pane caldo sfornato da poco e campi immensi ed ondeggianti di grano d'oro. | ........................ | ![]() Incisione puntasecca, 1871 |
Sol con la mia ombra me n' vo ramingo di tra gli ombrosi d'aceri boschi. Vorticosamente danzan intorno a me fantasmi bianchi. Nulla s'ode d'uman presenza sol lo squittir d'agil rampicanti, il rosicchiar dei costruttor castori, i rami sferzar delle betulle snelle, il bramir d'alci solitari, il belar d'agil caprioli. Vorticosamente danzan intorno a me fantasmi bianchi. Ma tu non sei compagna alla mia nostalgia, tu sei lontana, al di là delle verdi colline, al di là dell'azzurro mare, ai confini dell'infinito. Vorticosamante danzan intorno a me fantasmi bianchi. Or qui son solo e sol la natura mi è amica; ed amo cavalcar di tra gli ombrosi boschi, ove la selvaggina abbonda, e nell'arida pianura dove i corvi fan la ronda, abbeverar me e la giumenta laddove sol l'animal si ristora. Vorticosamente danzan intorno a me fantasmi bianchi. Or sovvien la scura notte e di tra le fitte tenebre s'ode l'ulular del coyote ramingo nella vasta prateria, e qui nel bosco accanto a me, c'è un tetro gufo che mi tiene compagnia. Vorticosamente danzan intorno a me fantasmi bianchi. Ma tu non mi sei vicina, dolce creatura, che forse sogni limpidi orizzonti trastullando con le ninfe, dolci dee delle chiare fonti. Vorticosamente danzan intorno a me fantasmi bianchi. Or ti prego, ricorda l'affanno mio, volgi il tuo pensier a me che ancor non t'ho scordato e giammai ti scorderò. Vorticosamente danzan intorno a me fantasmi bianchi.
Vi ho visto ancora o case rupestri, dai visi scalcinati, sporchi, diroccanti, ed il cuor mi pianse. Vi ho parlato ancora o gente, dai visi rugosi, stanchi, rassegnati eppur fieri ed il cuor mi rallegra.
Trilla l'allodola sempre più in alto canzoni d'amore all'innamorata. La brezza lieve sparge sui colli l'odor inebriante del maggese supino, Ma tu non sentirai più i trilli d'amore, anche tu sei supino, ed il sole non scalderà le tue ossa or che il vento è muto e senza odore.
Da tempo ormai i tuoi sonni eran turbinosi. Dovunque rimbombavan fucilate, sempre uduvi mute latrar alle calcagne tua. Tu invan cercavi di scacciar quei brutti sogni, scorazzando di tra i folti boschi e abbeverando al placido laghetto, ma invan ti distraevi chè i fantasmi bianchi ti braccavan minacciosi. Ora non sogni più dolce animaletto, ma co' gli occhi vitrei or sei l'orgoglio del cacciator.
Non più il sol che brilla, non più sugli alberi una foglia gialla. Il plumbeo ciel fa grigia la mia vita, ma tu mi parli d'amor e di speranza e a questo dolce sussurrìo, nel petto il cuor mi balza.
Ed il cuore pianse nel vederti così, prostrata e cadente, o chiesetta campestre, nella canicola ardente. In quei vespri ormai lontani i miei sogni rallegravi, quando dal tuo campanile spargevi nella campagna, i dolci rintocchi dell'Ave. Maggio ormai è silenzioso, la sagra non c'è più, e sotto il fresco pergolato il viottolo bisbetico, dalla gramigna è invaso. E così col passar del tempo i muri cascono, le ombre spariscono, ma i suoni cari e le dolci visioni per sempre restano.
Mattatoio
È d'inverno e la fresca neve si squaglia per i viottoli baciati dal tiepido sole. E vi vedo così, altieri ancora, ora biondo, ora nero, ora baio, scherzosi e docili al capezzo in comitiva, arrivati or or alla stazione. Gli zoccoli scadenzano frettolosi e gai, schizzando la soffice neve e seguite l'uomo,come sempre, ma ignari che la meta non è un prato di fiori. |
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La fiera di cavalli (dettaglio) di Rosa Bonheur (1822-1899) Olio su tela - circa 1852 |
Avevi vinto tu al gioco in quell'ultimo afoso meriggio. Ed ora ti vedo ancor incalzar la bicicletta, alzar la mano per un saluto e per la vittoria, pedalar, come al solito furioso, verso casa. È ormai il tramonto; i passeri ritornano al fienile, le rondini scarabocchiano gli ultimi voli nel ciel vermiglio e tra il silenzio del crepuscolo ed il cinguettar dei piccoli, si sente strappar nell'aria ahimè, di tua madre il grido.
E tu, Alcide,te ne andavi verso l'ignoto, seguendo il carro colmo di poche robe. Ti dissi addio col cuore e la mano, ma tutto era ombra intorno e vago. A piedi nudi, sui ciottoli t'affrettavi, dietro la cavalla, senza saper perchè o dove andavi. E la nebbia t'avvolse, grigia e fredda, oscurando i dintorni; forse nascondeva lagrime amare ed i ricordi dei giorni di sole, quando si correva insieme nei prati. E l'odore bagnato dei campi e l'ultimo canto dal bosco m'innondano ancora la mente ed il cuore, ma la bruma t'avvolge ormai per sempre nei miei ricordi.