fontana

Conosco una Piazza ...
quaderno

di

poesie inedite

di

giorgio zanetti




Conosco una Piazza

Conosco una piazza
vicino alle prigioni,
dove un raggio di sole passa  
verso l'una. Forse.

Nel mezzo, una fontana svogliata,
canta ai muri sporchi e scalcinati,
canta alle persiane sgangherate,
canta agli angoli innaffiati dai
cani randagi.

Passando in fila, vestito
di nero, invidiavo quei fantasmi
sporchi e scalzi, ma liberi e contenti,
che correvano, schiamazzando, tra i portoni.


Armazzan
(in dialetto piacentino)

Quand t'o vist l'ültma vota
al cör al ma fatt mäl,
mezza in pe e mezza cascä
in dal giardein e in sla strä.

A seint ancura adess al son
dal to campani, vërs la sira
tr'al ciär e al scür, ma uramäi
in dal giardein an gh'é pö d'umbria
e an gh'é pö al son ad l'Ave Maria.

E anca tö surélla 
la cesuläina ad l'Arvella
la gä al ticc vert al ciel, al campanil
l'é sileinzius tatme la vus di nös razdur.

Al prucession pr'al strä bianchi 
ad la campagna i sa 
snudavan pian pianein
cul vus stunä dla gint,
insem al cant ad la sigalla
e al füm ad l'incens al sa misciäva
con l'udur dal fein culgä.

Invece adess la gint la 
curra pr'andä chissà indua,
i curran innanz e indré;
pö däs chi sercan la päz 
dal cör: ma fiöi bisogna
ralentà la cursa 
sa vurum cattä la strà
e pian pianein arrivarum
in dua ghë d'la bell'umbria
e'l son ad l' Ave Maria.




Gioco di spiaggia

Ho visto un sassolino colorato
Dalle vaghe onde
Sulla spiaggia trastullato.

Cantando, rotolava or su or giù
Rincorrendo gli altri sassi 
Grandi e piccoli meno e più.

Or or rimane al secco,
Or or rimane bagnato,
Or or è solo,
Or or è accompagnato.

Ma ecco che il vento
D'un tratto infuria, 
L'onda s'alza,
E ghermisce il sassolino
In fondo al lago,
Ed il bel gioco
Sulla spiaggia é presto rovinato.



Il presepio
La Vigilia di Natale

L'odor di muschio
Rubato agli alberi 
Assopiti ormai e nudi
E di gelida nebbia bagnati,
Risveglia visioni 
di luoghi lontani e cari
che tu m'insegnavi 
a scolpir nella mente.

E dagli involuti monti bruni 
E neri del vecchio fabbro 
Nella fucina sbozzati,
I torrenti scintillanti di carta
Profumata di torrone
Scendean a serpentina giù 
Verso il verde piano.

Per le stradine di segatura
Verso la grotta premean
La gente in policromi costumi di gesso:
Qui la massaia seguita da oche,
Là l'arrotino affacendato,
Sui monti con l'agnello a tracollo
Il pastor vigilava sul folto gregge; 
E lungi ancor 
I Re Magi abbeveravan i cammelli
Nella roggia del mulino.

E nella stanza buia e fredda,
Della cometa la luce fioca
Rischiarava la nocchiuta grotta 
Dove l'asino ed il bue,
Giuseppe e la Madonna vegliavano
Con premura sopra la zana ancor vuota.

S'avvicinava, pian pian, la mezzanotte. 
Nella stalla or tutto muto era,
Come pur del focolar l'ultimo tizzo.
E su per le scale salir,
Sol della madre il flebil sussurrare
D'una preghiera s'udiva. 

Stanca ormai, seppur tenace,
Un premuroso, passava,
Furtivo sguardo sulle sue zane piene;
Ultimo suo gesto sacro della vigilia
di Natale.

Poesia dedicata a mio fratello Agostino (1935-1975) che allestiva, con vena artistica, i presepi di famiglia.

Dettaglio della miniatura della scuola di Niccolò di Giacomo
Presepio in lettera P (Archivio Capitolare, Piacenza).
Dal volume “Il Duomo di Piacenza”, STP, 1975.



Nei lunghi afosi meriggi

Nei lunghi afosi meriggi
di quelle ormai lontan estati,
goder poteva il mio pensier
della natura amata.
E tra la fresca erba, supino,
dei rami all'ombra d'un albicocco
sdraiarmi solevo.

Il dolce flebil ronzìo dell'api
al canto dell'usignolo,
di tra i fioriti rami
d'un nocciolo ascoso, facea coro.

Mentre la mandria sbuffava
sazia nella pastura, ed un muggito 
usciva lungo e lamentoso dalle
bavose labbra , l'acqua scorreva
lenta tra i boscosi argini d'un fosso,
per poi cader pesante e fragorosa
su di una ruota che i chicchi d'or
in bianca farina tramutava,
dal mio cuor una preghiera usciva.

Ma invan la mente ruminava,
chè per l'aria pesante e queta, l'alato
messagger più non vibrava.

Dei pioppi le foglie
non più d'argento parean,
delle rondini, stanco era il volo,
delle allodole rauco era il trillo,
delle cicale aspro era il canto.

Le nubi non più correan tumultuose
come gregge impazzito, ma nei 
rami delle vetuste querce imbrigliate posavano.

E seppur tutto spingeva il mio
pensier all'agonia, il mirar
dei socchiusi occhi e pien di pianto, la natura,
il dolor mi leniva, ma la sete
di amar non si saziava.

Poi, man mano il sol
spariva lento, e scendeva la bruma,
e le ombre vaghe delle luna,
s'allungavan come fantasmi di cimieri cadenti.

Nella, del crepuscol, tenue, ambigua luce,
tutto nel nulla pareva svanire,
l'agonia si faceva morte.
Tutto ormai era silenzio,ma
ancor dell'acqua il fresco gorgogliar s'udiva,
poi più nulla, chè dal gotico campanile
il dolce suon dell'Ave,
su per la verde e sombra valle,
ondeggiante saliva
e nel cuor scendeva a ristorar
l'ormai mio vano disperare.

Ad ogni rintocco
mi parea d' inghiottir boccon di pianto,
amari, ma il dolor si faceva sempre più lieve;
invece qui, su questi lidi
non ci sarà per me campana
che suoni i rintocchi gravi
al vespro della vita.

E quando il suon più flebil
si faceva e nell'aria si fondeva,
di un gufo il tetro amato canto
il cuor mi rincupiva;
e le stelle spuntavan
ad una ad una, lassù nel ciel
e la dea luna diffondeva il 
suo pallido chiaror.

Così nella notte chiara,
solo, alla natura assopita
affidavo i mie segreti
quelli amari e quelli lieti,
e con ancor nel cuor
delle campane i rintocchi
potevo sfogar nel pianto gli occhi.



La spigolatrice

Solevo vederti laggiù al di là della siepe
dove c'era il vetusto pero, 
curva e vestita di nero,
girovagar nella stoppia giallognola
e pungente dove ieri ondeggiava il grano.

Girovagavi quà e là con un sacco 
rattoppo facendo gara con gli uccelli
affamati del cielo, racimolando
le poche spighe sparse nel campo.

Ed il pesante afoso manto del solleone
avvolgeva il tutto in un delirio;
e per la strada bianca e polverosa 
tremolanti creature e vaghe si vedevan danzar 
là, dov'era il fontanile.

Tornavi stanca all'imbrunire
nella tua dimora vuota e scura,
sognando forse pane caldo sfornato da poco
e campi immensi ed ondeggianti di grano d'oro.

Le spigolatrici di Jean Francois Millet (1814-1875)
Incisione puntasecca, 1871



Sol con la mia ombra

Sol con la mia ombra
me n' vo ramingo di tra gli ombrosi
d'aceri boschi.

Vorticosamente danzan 
intorno a me fantasmi bianchi.

Nulla s'ode d'uman presenza
sol lo squittir d'agil rampicanti,
il rosicchiar dei costruttor castori,
i rami sferzar delle betulle snelle,
il bramir d'alci solitari,
il belar d'agil caprioli.

Vorticosamente danzan
intorno a me fantasmi bianchi.

Ma tu non sei compagna alla mia 
nostalgia, tu sei lontana, al di là
delle verdi colline, 
al di là dell'azzurro mare,
ai confini dell'infinito.

Vorticosamante danzan
intorno a me fantasmi bianchi.

Or qui son solo e sol la natura mi è amica;
ed amo cavalcar di tra gli ombrosi boschi,
ove la selvaggina abbonda, e nell'arida
pianura dove i corvi fan la ronda,
abbeverar me e la giumenta laddove sol
l'animal si ristora.

Vorticosamente danzan
intorno a me fantasmi bianchi.

Or sovvien la scura notte e di tra
le fitte tenebre s'ode l'ulular del coyote  
ramingo nella vasta prateria,
e qui nel bosco accanto a me,
c'è un tetro gufo che mi tiene compagnia.

Vorticosamente danzan 
intorno a me fantasmi bianchi.

Ma tu non mi sei vicina, dolce creatura,
che forse sogni limpidi orizzonti
trastullando con le ninfe, 
dolci dee delle chiare fonti.

Vorticosamente danzan
intorno a me fantasmi bianchi.

Or ti prego, ricorda l'affanno mio,
volgi il tuo pensier a me che
ancor non t'ho scordato
e giammai ti scorderò.

Vorticosamente danzan 
intorno a me fantasmi bianchi.



Il Ritorno

Vi ho visto ancora
o case rupestri, dai visi
scalcinati, sporchi, diroccanti,
ed il cuor mi pianse.

Vi ho parlato ancora
o gente, dai visi
rugosi, stanchi, rassegnati
eppur fieri
ed il cuor mi rallegra.



Odor di Maggese

Trilla l'allodola sempre più
in alto canzoni d'amore 
all'innamorata.

La brezza lieve sparge sui
colli l'odor inebriante del
maggese supino,

Ma tu non sentirai più
i trilli d'amore, anche
tu sei supino, ed il
sole non scalderà le tue ossa
or che il vento è muto e senza odore.



Il Capriolo

Da tempo ormai
i tuoi sonni eran turbinosi.
Dovunque rimbombavan
fucilate, sempre uduvi
mute latrar alle 
calcagne tua.

Tu invan cercavi
di scacciar quei brutti sogni,
scorazzando di tra 
i folti boschi e
abbeverando al
placido laghetto,
ma invan ti distraevi chè
i fantasmi bianchi
ti braccavan minacciosi.

Ora non sogni più
dolce animaletto, ma
co' gli occhi vitrei or
sei l'orgoglio del cacciator.




Pomeriggio autunnale


Non più il sol
che brilla,
non più sugli alberi
una foglia gialla.

Il plumbeo ciel
fa grigia la mia vita,
ma tu mi parli 
d'amor e di speranza
e a questo dolce 
sussurrìo, nel petto
il cuor mi balza.



Rio Mezzano

Ed il cuore pianse
nel vederti così, prostrata
e cadente, o chiesetta campestre,
nella canicola ardente.

In quei vespri ormai lontani
i miei sogni rallegravi, quando
dal tuo campanile
spargevi nella campagna, 
i dolci rintocchi dell'Ave.

Maggio ormai è silenzioso,
la sagra non c'è più, e sotto
il fresco pergolato
il viottolo bisbetico, dalla gramigna è
invaso.

E così col passar del tempo
i muri cascono, le ombre spariscono,
ma i suoni cari e le dolci visioni
per sempre restano.



Mattatoio

È d'inverno e la fresca neve
si squaglia per i viottoli 
baciati dal tiepido sole.

E vi vedo così, altieri ancora,
ora biondo, ora nero,
ora baio, scherzosi e docili
al capezzo in comitiva,
arrivati or or alla stazione.

Gli zoccoli scadenzano 
frettolosi e gai, schizzando 
la  soffice neve e
seguite l'uomo,come sempre,
ma ignari che la meta
non è un prato di fiori.

La fiera di cavalli (dettaglio) di Rosa Bonheur (1822-1899)
Olio su tela - circa 1852



L' ultimo crepuscolo di Sergio

Avevi vinto tu al gioco
in quell'ultimo afoso meriggio.
Ed ora ti vedo ancor incalzar
la bicicletta, alzar la mano
per un saluto e per la vittoria,
pedalar, come al solito furioso, 
verso casa.

È ormai il tramonto;
i passeri ritornano al fienile,
le rondini scarabocchiano 
gli ultimi voli nel ciel vermiglio 
e tra il silenzio del crepuscolo
ed il cinguettar dei piccoli,
si sente strappar nell'aria
ahimè, di tua madre il grido.



San Martino

E tu, Alcide,te ne andavi
verso l'ignoto, seguendo
il carro colmo di poche robe.

Ti dissi addio col cuore
e la mano, ma tutto era
ombra intorno e vago.

A piedi nudi, sui 
ciottoli t'affrettavi, 
dietro la cavalla, senza saper
perchè o dove andavi.

E la nebbia t'avvolse,
grigia e fredda, oscurando
i dintorni; forse 
nascondeva lagrime amare
ed i ricordi dei giorni 
di sole, quando si correva 
insieme nei prati.

E l'odore bagnato
dei campi e l'ultimo
canto dal bosco
m'innondano ancora la mente
ed il cuore, ma la bruma 
t'avvolge ormai per sempre
nei miei ricordi.